Elio Mandara

Originario di un paesino della provincia di Salerno, dopo la maturità si trasferisce a Napoli per studiare ingegneria meccanica ed inizia ad avvicinarsi al mondo della fotografia. Terminati gli studi, la grande passione per i viaggi e culture lontane lo spingono ad intraprendere un lungo viaggio che lo porterà in Indonesia, Singapore, Malesia, Thailandia, Bangladesh, India, Nepal, Pakistan, Iran, Oman, Iraq e Turchia, durante il quale ha svolto diverse attività di volontariato. Durante il suo percorso realizza un progetto fotografico per documentare minoranze etniche e problematiche sociali. Due suoi scatti sono stati selezionati da Atlas of Humanity ed esposte a Parigi presso la galleria Joseph Le Marais in occasione del Paris Photo Off.
Minatore di zolfo, Kawah Ijen, Banyuwangi (Jawa Timur) Indonesia
Maggio 2018
Minatore di zolfo
Kawah Ijen
Banyuwangi – Indonesia
Maggio 2018

Il Kawah Ijen è un complesso vulcanico situato nella parte orientale dell’isola di Giava.  All’interno del suo cratere, occupato quasi per intero da un lago sulfureo di un verde innaturale, il più grande lago acido al mondo, negli anni sessanta i primi minatori installarono dei tubi di metallo per estrarre lo zolfo. Da allora ogni giorno i minatori partono dal campo base situato ai piedi del vulcano e, dopo due ore di cammino e tre chilometri di arrampicata per arrivare in cima alla montagna, discendono le pareti del cratere, lungo un ripido sentiero fino ad arrivare in fondo, per estrarre lo zolfo. Spaccano le lastre di zolfo in condizioni estreme, a temperature che possono arrivare ai 200 gradi, immersi in fumi tossici. I gas sulfurei bruciano i loro polmoni, la pelle, gli occhi. Lavorano senza alcun tipo di protezione: un paio di stivali di gomma e qualche vecchia mascherina  i più fortunati, la maggior parte delle infradito e uno straccio imbevuto di acqua sulla bocca per poter respirare in mezzo ai gas tossici. Finita l’estrazione e riempiti di zolfo due cesti uniti da una canna di bambù, i minatori caricano sulle spalle dai 70 ai 100 chili e risalgono a piedi le pareti scoscese del cratere. Questo per due o tre volte al giorno, per pochi dollari. Uno stipendio che gli permette a malapena di sopravvivere. 

“Kalni Express”
Stazione ferroviaria di Dhaka

Dhaka- Bangladesh
Giugno 2018
Stazione ferroviaria di Dhaka
Dhaka – Bangladesh
Giugno 2018

Migliaia di pendolari si spostano quotidianamente dalle città e dai villaggi limitrofi verso la capitale in cerca di lavoro.  In Bangladesh la classe operaia ha un salario talmente basso che non può permettersi di acquistare un biglietto del treno viaggiando così sul convoglio nelle posizioni più disparate, nella maggior parte dei casi sopra al tetto dei vagoni. Il salario giornaliero dei pendolari è di circa 120 taka (1,4 euro) e il biglietto del treno costa in media 60 taka (0,70 euro), il che rappresenterebbe la metà del guadagno del lavoratore, che viene quindi costretto a rischiare la propria vita per recarsi sul luogo di lavoro. 

Passeggero senza biglietto
Dhaka – Bangladesh
Giugno 2018
Rifugiata di etnia Rohingya 
Campo dei rifugiati Jamtoli
Ukhia – Cox’s Bazar – Bangladesh
Giugno 2018 
Anziano di etnia Sangtam
Aangangba Village – Tuensang District
Nagaland – India
Luglio 2018
Uno degli ultimi cacciatori di teste di etnia Konyak
Longwa, Mon District – Nagaland, India
Luglio 2018 

I Konyak sono un gruppo etnico appartenente ai Naga, che vive nelle zone remote dello stato indiano del Nagaland al confine con la Birmania. Si differenziano dagli altri gruppi etnici per via dei loro tatuaggi che hanno sulla faccia e sul corpo. I tatuaggi facciali si guadagnavano tagliando la testa al nemico, quelli sul corpo invece partecipando al gruppo di assalto. Sono conosciuti  come i “Cacciatori di Teste” del nord est dell’India. In un passato recente, quando questa pratica era ancora in atto, erano conosciuti come “amanti della guerra”. Molte volte, in seguito a dispute territoriali, attaccavano i villaggi vicini ritornando nei propri con le teste mozzate dei nemici come trofeo da esporre nei Morong (le loro case collettive). Il numero delle teste tagliate indicava la potenza e l’abilità del guerriero. L’ultimo caso si è registrato negli anni ‘70.Da allora questa pratica è stata severamente abolita.

Kānvārias, fedeli devoti al dio Shiva in pellegrinaggio a Varanasi in occasione del Kānvāria Yātrā.
Varanasi, Uttar Pradesh – India
Luglio 2018

La fiera del bestiame si tiene ogni anno tra ottobre e novembre nel mese hindù di Kartik nella città sacra di Pushkar ai margini del deserto del Thar. E’ considerata una delle più grandi fiere dell’Asia. Vi partecipano quasi un milione di persone tra venditori ambulanti, acquirenti di bestiame, artigiani, nomadi, mistici, curiosi, contrabbandieri, intrattenitori e pellegrini devoti al dio Brama che si recano per il bagno purificatore nelle acque del lago sacro.

Fiera di Pushkar
Pushkar (Deserto del Thar), Rajasthan – India
Novembre 2018
Bambina Kalbelia
Fiera di Pushkar, Pushkar (Deserto del Thar), Rajasthan – India
Novembre 2018

I Kalbelia, gli “gipsy ” del deserto del Thar, i fuori casta. I Kalbelia sono una comunità semi nomade dello stato indiano del Rajasthan. Le loro origini si perdono nel tempo. Secondo varie teorie antropologiche sono gli antenati dei Rom europei. La loro occupazione tradizionale è la cattura di serpenti ed il commercio del veleno. Tradizionalmente, gli uomini portavano i cobra nei canestri di bambù porta a porta nei villaggi mentre le donne cantavano e ballavano chiedendo l’elemosina. Sono famosi per la sensuale danza tradizionale che emula i movimenti dei rettili. Sono ferrei induisti, venerano il cobra come veicolo del dio Shiva e sostengono la non uccisione del rettile. Nei villaggi del deserto, se un serpente entra accidentalmente in casa, viene convocato un membro dei Kalbelia per catturarlo e portarlo via senza ucciderlo. 

Venditore di dromedari di etnia Rabari
Fiera di Pushkar, Pushkar (Deserto del Thar), Rajasthan – India
Novembre 2018
Riposo pomeridiano
Calcutta, Bengala occidentale– India
Dicembre 2018
Gli ultimi kafiri
Anziana di etnia Kalash
Grom Village, Rumbur Valley, Chitral District ( Khyber-Pakhtunkhwa), Pakistan
Maggio 2019

I Kalash vivono in tre piccole valli, territori chiamati “kafiristan” paese dei miscredenti, sulla catena dell’Hindukush a pochissimi passi dal Nuristan Afghano. Sono un gruppo etnico di origini antichissime di cui non si conosce bene la discendenza; secondo alcune leggende discendono dalle truppe greche di Alessandro Magno le quali nella loro marcia verso la valle dell’Indo passarono da queste montagne e vi si fermarono generando una discendenza di individui biondi con gli occhi azzurri. Altri studiosi ritengono invece che l’etnia Kalash costituisca l’esemplare superstite degli ari o ariani i quali, migrando millenni or sono dai monti dell’Asia Centrale, scesero nelle pianure del sub-continente indiano e mescolandosi ai preesistenti popoli dravidici diedero origine alle attuali popolazioni dell’India e di tutta la zona. Hanno tratti somatici e tradizioni completamente diverse dai restanti pakistani. Sono conosciuti e chiamati “Kafiri” (dall’arabo “infedeli”) dai musulmani, in quanto sono gli unici nella regione a professare una fede di tipo pagano e politeista con tracce di antichi culti pre vedici, secondo la quale ogni dio ha una sua funzione precisa nel cosmo, e la natura gioca un ruolo significativo e spirituale nella vita di tutti i giorni. La figura di riferimento per i Kalash è lo sciamano, a metà strada tra il sacerdote ed il veggente, il quale funge da mediatore tra l’uomo e le divinità. Il ritmo annuale della vita dei Kalash viene scandito dai festival, capisaldi delle loro tradizioni religiose.  Momenti di celebrazione, di condivisione e di sacrifici per ringraziare le divinità dei doni ricevuti, ma anche momenti di purificazione e di confronto in cui, nell’atmosfera festosa e conviviale di danze e musica, gli anziani raccontano storie e trasmettono ai giovani la loro cultura affinché non vada perduta.

Fedeli Yazidi in pellegrinaggio al tempio di Lalish
Lalish, Kurdistan Iracheno – Iraq
Giugno 2019

Gli Yazidi sono un gruppo di popolazioni di origine e lingua curda e con una religione propria, lo Yazidismo, che vivono principalmente nel Kurdistan Iraqeno ed in alcune aree della Siria e Turchia sud-orientale. Lo Yazidismo è una religione monoteista, di origini antichissime. Gli Yazidi credono in un sommo Dio in relazione con il mondo attraverso sette angeli creatori. Non si conoscono bene le origini di questa religione che affonda le proprie radici nell’islamismo con presenza di elementi del cattolicesimo, nestorianesimo, giudaismo, zoroastrismo e lontane tracce di induismo. Sono considerati dagli estremisti islamici come “adulatori del diavolo”. Negli ultimi anni hanno subito violente persecuzioni da parte delle milizie di Daesh.

Mosul, città vecchia – Iraq
Giugno 2019

Sull’altra sponda del Tigri la città vecchia di Mosul in macerie, distrutta dai raid contro Daesh.

Mosul, fiume Tigri – Iraq
Giugno 2019

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